Vino e Chiesa una storia di fede, territorio e vitigni salvati dal tempo

Vino e Chiesa

Vino e Chiesa: quando la fede salva i vitigni

Il rapporto tra vino e Chiesa è un tema affascinante, ancora poco esplorato, ma ricco di suggestioni e testimonianze storiche. Dietro a molti dei vitigni autoctoni italiani riscoperti o salvati dall’estinzione, troviamo spesso l’opera paziente e visionaria di parroci, monaci e abati. Figure umili, ma decisive, capaci di leggere nella vigna non solo un simbolo teologico, ma anche un’opportunità concreta di sviluppo locale e salvaguardia culturale. Come disse papa Benedetto XVI: “Operai umili e fecondi nella vigna del Signore”. Un’espressione che ben si adatta a tanti religiosi italiani che, lontano dai riflettori, hanno scritto pagine importanti della storia vitivinicola del nostro Paese.

L’Abbazia di Novacella: il cuore vitivinicolo del Tirolo

Nel cuore dell’Alto Adige, a Novacella (BZ), l’antica abbazia agostiniana fondata nel 1142 è da secoli un punto di riferimento per la produzione vinicola locale. Grazie alle donazioni del brugravio Reginbert di Säben e di sua moglie Cristina, il vescovo Artmanno poté avviare la costruzione del convento, legandolo fin da subito alla coltivazione della vite. Nel 1177, papa Alessandro III riconobbe ufficialmente la proprietà dei terreni vitati all’Abbazia. Da allora, i canonici regolari di Sant’Agostino hanno continuato senza interruzione a vivere e lavorare tra quei filari, dando vita a una delle aziende vitivinicole più longeve e autorevoli del Paese.  Oggi l’Abbazia gestisce due tenute: quella storica, con 7 ettari di vigneti e 12 di frutteti, e la Tenuta Marklhof a Cornaiano, con ben 23 ettari di vigna. Qui nascono vini bianchi raffinati come il Sylvaner, il Riesling e nuove sperimentazioni della linea Insolitus, pensata per avvicinare i gusti dei mercati emergenti. Tra le novità più apprezzate: Perlae36, metodo classico da Sylvaner con 36 mesi sui lieviti, dalle delicate note mentolate e fruttate.

Il miracolo del Ruchè: don Cauda e la Vigna del Parroco

Spostandoci in Piemonte, a Castagnole Monferrato (AT), incontriamo un altro esempio emblematico di come la Chiesa abbia salvato un vitigno destinato all’oblio: il Ruchè. Negli anni Sessanta, fu don Giacomo Cauda a intuirne le potenzialità, piantando le prime barbatelle nella vigna parrocchiale e vinificando personalmente le uve. Un prete contadino, innamorato della sua terra, che arrivò a indebitare la parrocchia pur di portare avanti il suo sogno. “Che Dio mi perdoni per aver trascurato il ministero per dedicarmi alla vigna, ma so che mi ha perdonato perché con il vino ho costruito l’oratorio”, diceva con ironia e orgoglio. Oggi quella stessa vigna, impiantata nel 1964, è ancora coltivata da Luca Ferraris, vero e proprio custode del Ruchè. I suoi vini, prodotti con vendemmia manuale, regalano al naso profumi intensi di rosa, ciliegia e geranio, e al palato una piacevole asciuttezza. Grazie agli sforzi di Ferraris, tra il 2005 e il 2015 il paesaggio vitato del Monferrato si è trasformato, passando da 50 a 200 ettari coltivati a Ruchè.

Don Bougeat e il Prié Blanc: il vino che sfiora il cielo

Un’altra storia affascinante arriva dalla Valle d’Aosta, dove il sacerdote don Alexandre Bougeat, parroco di Morgex, si fece promotore del recupero del Prié Blanc, il vitigno più alto d’Europa, coltivato a oltre 1000 metri di quota. A raccontare la sua impresa fu anche Mario Soldati nel celebre libro Vino al vino. Don Bougeat comprese il valore di quel vino delicato e sottile, fino ad allora relegato al consumo locale. Nel 1964 ristrutturò la cantina parrocchiale, coinvolse i viticoltori e nel 1968 produsse il primo spumante metodo classico da Prié Blanc, un primato assoluto per altitudine.  Fondò anche la Association des viticulteurs, garantendo la continuità della coltivazione. Oggi il lavoro di don Bougeat è portato avanti da Piero Brunet, che ancora coltiva le vigne originali e produce un vino elegante, dai riflessi di carta e dai profumi leggeri di camomilla e fiori bianchi.

La Chiesa e il vino: una vocazione che valorizza il territorio

Queste storie – da Novacella a Morgex, passando per Castagnole Monferrato – raccontano un’Italia diversa, dove la Chiesa non è solo custode di valori spirituali, ma anche di tradizioni agricole e biodiversità vitivinicola.Lungi dall’essere un’istituzione conservatrice, il mondo ecclesiastico ha dimostrato in molti casi di saper innovare, sperimentare e investire nella terra, con lungimiranza e passione. Salvare un vitigno significa salvare un pezzo di paesaggio, di cultura e di identità. E spesso, proprio tra le navate delle chiese di campagna o nei chiostri dei monasteri, è nata quella scintilla che ha acceso la rinascita di tanti vini oggi apprezzati nel mondo.

Vino e Chiesa la  fede per il  futuro
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Il legame tra vino e Chiesa non è solo simbolico. È una relazione concreta, fatta di mani che zappano la terra, di occhi che guardano al futuro e di cuori che battono per la comunità. In un’epoca in cui si cerca un ritorno alle radici, queste esperienze ci ricordano che nella vigna, come nella fede, servono pazienza, cura e visione. Il vino non è solo un prodotto. È un atto d’amore verso la terra e verso chi la abita. E spesso, ad averlo capito per primi, sono stati proprio loro: i parroci contadini, i monaci vignaioli, i preti operai della vite.

Capo Redattore Centrale: Riccardo Lagorio

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